mercoledì 28 giugno 2017

home is where your breakfast is.

ho traslocato oltre il mare: in una città nuova e vecchia, che per lungo tempo è stata la sede dei miei sogni e delle mie lotte.
città che dicono grigia e che io trovo verdissima. città sede del più bell'esempio di gotico italiano.
città europea, viva, di smog. città di niente mare.
città di amici vicini e lontani, di lunghissima data e di nuovo corso. città di chi avrei anche paura di incontrare per strada.
città di noi due da subito, città di noi quattro da ora.

ho traslocato 6 volte negli ultimi 9 anni. 
i traslochi sono un bilancio di affetti: nel preparare gli scatoloni e nelle scelte che fai, ci sono dentro i ricordi che scegli di tenere e quelli che scegli di lasciare. ci sono cose di cui è meglio privarsi, persone che avresti voluto portare, ricordi di cui è impossibile liberarsi perchè ti sono cuciti addosso.

ci sono anche i sogni e i timori, i nuovi progetti che non si sa bene come andranno ma che sono una bella motivazione, un curriculum color fragola, le lacrime di chi resta, il dolore di chi parte, il sollievo di arrivare, l'aver imparato a sentirsi a casa in molti posti del mondo, accontentarsi di poco, non bastarsi mai.

sabato 15 ottobre 2016

Caleidoscopio

Sono fatta per metà delle volte in cui ho pensato che per lottare dovessi tirar fuori unghie e denti, a costo della vita,  e per metà delle volte in cui ho pensato che perdere per perdere, tanto valeva stare seduta e non stancarmi nemmeno, un pizzico delle volte in cui ho gridato chiedendo la verità e un pizzico delle volte in cui ho pianto pensando che avrei preferito non saperla.

Bevo tisane calde, bollenti 12 mesi all'anno e mi illudo di scaldare un corpo a sangue freddo. Faccio progetti, pensando a un futuro come se fosse vero ora e dimenticandomi per un po' del presente. Ho paura,  guardo vecchie foto sbiadite, sorrido, piango. Poi mi siedo sulla mia seggiolina in legno di quando ero bambina e guardo dentro il caleidoscopio, sento quel tictic che fanno i pezzetti colorati che si spostano e respiro a tempo.


mercoledì 10 agosto 2016

vuota al bivio

Di quando Willy il coyote continuava a correre oltre il precipizio finché non si accorgeva di non avere più la terra sotto ai piedi. Era solo allora che cadeva.

Per ogni volta che mi sembra naturale respirare come se fossimo solo io, l'aria e i miei polmoni, finché non mi accorgo che sto davvero respirando. 
E allora all'improvviso la trachea si chiude, e l'ossigeno non passa più. 
Un gomitolo di lacrime amare che non devono scivolare e ricordi dolci che non devono emergere, fermo lì a bloccarmi la gola.

E sto. Aspetto.
Sento che mi sono divisa, la me del prima, la me del dopo. Ognuna ha preso una strada diversa, e io sono quel guscio vuoto che è ancora fermo lì al bivio, con le vertigini e la vista sfocata.

lunedì 20 giugno 2016

dis(perdere)

Andiamo in gita, papà. Ti porto dove mi avevi chiesto tu,  nel tuo posto speciale.
Starai con me tutto il tempo,  ma non saremo soli. Anzi, saremo davvero in tanti, e sarà un'escursione come ai vecchi tempi: i tuoi amori e gli amici di una vita.

Sono un'anima vagabonda,  mi avevi detto, non vorrò mai stare fermo in un solo posto, ma quando non potrò più spostarmi con lo zaino in spalla,  l'unico posto in cui immagino di poter stare per sempre è quello che per me è il posto più bello del mondo.
Non si può, ci hanno detto.
Non importa, posso farlo di nascosto, ho detto io.
No. Non è così che voglio che sia,  hai detto tu.
E così ti ho promesso di lottare. Ho spulciato le leggi e i regolamenti, ho controllato i precedenti, ho contattato chiunque. Ho trovato persone comprensive e iene,  ho pianto nei miei pellegrinaggi da un ufficio all'altro, finché non sono riuscita ad avere tutti i permessi necessari.

Abbiamo riesumato gli zaini e gli scarponi da montagna e siamo partiti, come ai vecchi tempi.
Partiti senza sapere se avremmo raggiunto davvero quel punto lì, il tuo this is the place, non certo facile, e sicuramente non per tutti. Abbiamo perso qualcuno lungo il sentiero,  ma poi alla fine siamo arrivati lì dove ci avevi indicato tu.

Un balconcino di roccia sullo strapiombo, la spaccatura del canyon davanti a noi, il vuoto sotto, l'immensità davanti.

La perfezione di un luogo sotto ogni senso, la bellezza per gli occhi, l'acustica dell'eco, il profumo di macchia mediterranea e il granito perfettamente levigato sotto le rocce su cui ci arrampicavamo. E l'amaro in bocca, della mancanza, del dolore, della cenere che volava,  della consapevolezza dell'ultimo passo.
La chiamano dispersione, ma tu hai vinto il tuo posto speciale, e noi il regalo di trovarci lì oggi.

Ascolta il vento, ti porterà ogni mio bacio.

sabato 7 maggio 2016

Di quella notte che.

So poco della notte
ma la notte sembra sapere di me,
e in più, mi cura come se mi amasse,
mi copre la coscienza con le sue stelle.

Forse la notte è la vita e il sole la morte.

Forse la notte è niente
e le congetture sopra di lei niente
e gli esseri che la vivono niente.
Forse le parole sono l’unica cosa che esiste
nell’enorme vuoto dei secoli
che ci graffiano l’anima con i loro ricordi.

Ma la notte deve conoscere la miseria
che beve dal nostro sangue e dalle nostre idee.
Deve scaraventare odio sui nostri sguardi
sapendoli pieni di interessi, di non incontri.

Ma accade che ascolto la notte piangere nelle mie ossa.
La sua lacrima immensa delira
e grida che qualcosa se n’è andato per sempre.

Un giorno torneremo ad essere.

Alejandra Pizarnik

sabato 19 marzo 2016

da quando non ci sei

da quando non ci sei più ti penso continuamente.
a volte piango, a volte addirittura rido, più spesso sorrido pensando a quanto è stato bello averti.
mi viene in mente di continuo qualcosa di nuovo che vorrei raccontarti, nelle nostre telefonate lunghissime e nei nostri abbracci silenziosi.
cerco di tenere tutto a mente, come se un giorno davvero potessi vederti di nuovo e poterti fare un riassunto. sono terrorizzata dal cominciare a dimenticare una ad una queste piccolezze che mi succedono. e sono ancora più terrorizzata dal non pensare più di dovertele raccontare.
ogni volta che salgo in macchina, vedo la piantina per la quale mi prendevi in giro, che è ancora verdina verdina e continua a crescere, e stringo il volante un po' più forte sperando che la mia stretta arrivi fino a te.
ti ho promesso che avremmo fatto insieme un ultimo hike, nel tuo posto preferito, e organizzarlo mi è difficilissimo, ma troverò il modo e non vedo l'ora che succeda.
cerco ancora nelle tue tasche, sperando sempre di trovare quei baci che da bambina mi sapevi tirar fuori anche dopo aver detto che erano finiti tutti.
spero che tutto l'amore che mi hai lasciato, possa bastarmi per non sentirmi mai svuotata di te.
buona festa papà, ti voglio un bene gigante da qui a ovunque tu sia.

martedì 2 febbraio 2016

La tua mano calda

Mi mancherai.
Mi manchi già ora, che sei ancora qui vicino a me.

Stringo una mano sottile, calda come è sempre stata, ma svuotata di carne e di forza. Sto vicino al tuo letto senza sapere più in cosa sperare.
Penso al modo in cui, facendomi sentire amata più di ogni cosa, mi hai insegnato ad amare.
Penso a quando mi prendevi sulle spalle, facendomi sentire alta e onnipotente.
Penso a ogni volta in cui mi hai preso in giro per gli anfibi, dandomi motivo  per continuare a metterli - quello di portare avanti il nostro gioco.
Penso alle volte in cui ti ho fatto arrabbiare, a quelle in cui eri preoccupato per me, a quelle in cui ti ho anche deluso, e a tutte quelle in cui mi hai dato forza, credendo in me, facendo un tifo esagerato.
Penso a quando mi guardavi sorridendo, fiero dei miei risultati.

Penso a quanto sei stato la mia roccia, il mio porto sicuro, il mio faro instancabile.
Non ho mai smesso di sentirmi al sicuro al suono della tua voce e non mi sono mai stancata di sentire i tuoi racconti di tutte le cose interessanti che avevi visto, fatto e scoperto e che amavi condividere.
Penso però anche a tutte le cose che avresti voluto fare ancora, ai posti che avresti ancora voluto vedere, ai traguardi che avresti voluto raggiungere, tuoi, delle tue figlie, dei tuoi nipoti. Penso che tutto questo ti è stato rubato da quel male che è una condanna per la nostra famiglia e che ci fa così paura perché conosciamo ormai troppo bene. E penso a quanta serenità sei invece riuscito a mantenere nei suoi confronti, dandomi l'ennesimo esempio che forse io non riuscirò a copiarti.

Penso all'amore infinito che provo per te, alla paura di sentirmi perduta, alla gioia di averti avuto finora.
Continuo a cantarmi dentro una canzone, in quella lingua a me e te sconosciuta, alla quale abbiamo provato ad avvicinarmi in ogni modo, senza successo.

Oh babbu babbu meu pitzinnu
Non bidies chi deo so innoche?
non bos ch’andedas goi...

Oh padre, padre mio bambino
Non vedete che sono qui?
Non andatevene così.